Il sogno muore nella notte

Ogni attimo che se ne va
è un’altra doccia di sale
senza che gli strappi si siano ricuciti.
Comunque vada
gli attimi sono andati.
Codardi. Affamati.
Di cosa avrei potuti sfamarli io?
Versi, memorie, nostalgie
d’amore, di gioventù, di persone?
La realtà conta.
Il sogno muore nella notte.

                                       GC

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Tutto d’un colpo

Lasciami sbattere contro le onde

anche se mi farò male.

E se lo voglio,

non voglio limiti

né morale.

 

Molla la mano

ed io mollo questo stupido orologio.

Mollo tutto ciò che mi blocca.

Mollo questo misero tratto

fatto e strafatto a piedi,

ai piedi d’una cattedrale

che non suona più le sue campane,

che non riconosce i suoi moribondi,

né le sue puttane.

 

Smontami tutto d’un colpo

così farà meno male.

Smonto quest’armatura

e scivolo via

senza vincoli

senza fili,

senza battiti,

né di ore

né di cuore.

 

        GC

 

 

(con gran dispiacere)

Kili di piombo

Ombre nemiche sulla folla

E poi kili di piombo

Fann il concerto

Più triste del mondo.

Bandiere in movimento

Si gonfiano sopra urla

Di chi ancora ci crede.

–   E’ qualcosa che va oltre la fede –

I loro miseri stracci

Dicon tanto

D’una sete che leva il pianto.

 

Piovono bombe

Dei padroni del mondo

Che son bravi a parlare

E far una guerra al secondo.

 

La fame è roba d’altri.

Di coloro che davvero lottano

Per non rimanere schiavi, né codardi.

 

GC

Dal cuore al labbro

 

Fuoriesce lava di memoria
e cola dagli occhi
e poi ancora dalle lagrime,
che hann navigato tanto
dal cuore al labbro.
Segna l’amore di un mattino
che lascia un solco deciso

– fu la causa di tutto che ora mi manca –

hann navigato tanto le memorie
dentro lagrime
che la mia notte è ormai stanca
e non regge il sudor del mio corpo
che non beve e non mangia.

Ha toccato il labbro
quella lava di cui racconto,
con ferocia ha divorato il giorno,
con tenacia ha creato un solco.
E’ stata impavida quanto quell’amore.

Ho ammirato le stelle
in questo buio disumano
senza aver timore di amar
l’animo ribelle,
ché si vive anche di dolore
figlio di risate

– ché si vive consumandosi la pelle –

Ti bacio ora come allora
e sei questa lava
che dal cuore giunge al labbro.

 

GC

Tocca uomo

Tocca uomo
le pieghe su questo corpo
prima focoso,
ora stanco
di versar da bere
il proprio sangue
a viandanti
e portabandiere.

Tocca uomo
i solchi su questo corpo
prima scrupoloso,
ora morto
per offrir ragioni
in un festival di squallori,
con in tasca munizioni
per un’arma mai usata.

Giuró invano,
imploró di continuo
ma non cambiò niente.
Solo lui ed il suo vino
ad allietar le stelle
sotto un cielo nemico
e dentro un animo ribelle.

Tocca uomo
l’altro uomo che giace supino
e mentre il cuore
spreca fiato a chiedere “ancora”
c’è chi è giá all’ultimo gradino.

GC

A genti i mari

Chidu chi ficimu

No cunta

E nun avi cuntari

Pe’ la speranza mia

E di la genti i mari.

 

Ogni gringia da iurnata,

Ogni murmuriu du ventu,

Chi basau e si ndìu,

Dassa nto’ cori

U cuntu da vita.

Ma a fatica esti menu dulurusa

Nto ffruntari sta nchianata.

 

Chidu chi ficimu

Nu cunta

E nun avi cuntari

Pecchì i iorna chi veninu

Ndannu atri nomi

E atri guai.

 

A genti i mari

Non avi tempu

Mu faci nu suntu

Di lacrimi perduti

Di basi dispensati

E di l’attimi chi sa fuiru.

 

 

TRADUZIONE

Titolo: La gente di mare

 

Ciò che abbiam fatto

non conta

e non deve contare

per la speranza mia

e della gente di mare.

 

Ogni smorfia della giornata

ogni sussurro del vento,

che ha baciato e se n’è andato,

lascia nel cuore

il conto della vita.

Ma la fatica è meno dolorosa

nell’affrontare questa salita.

 

Ciò che abbiam fatto

non conta

e non deve contare

perchè i giorni che verranno

hanno altri nomi

e altri guai

 

La gente di mare

non ha tempo

di fare un riassunto

delle lacrime perdute

dei baci dispensati

e degli attimi che sono fuggiti.

 

Giuseppe Caristena

 

 

Er povero ladro

Nun ce vò mmica tanto, Monziggnore,
de stà llì a ssede a ssentenzià la ggente
e dde dì cquesto è rreo, quest’è innoscente.
Er punto forte è de vedejje er core.

Sa cquanti rei de drento hanno ppiù onore
che cchi de fora nun ha ffatto ggnente?
Sa llei che cchi ffa er male e sse ne pente
è mmezz’angelo e mmezzo peccatore?

Io sò lladro, lo so e mme ne vergoggno:
però ll’obbrigo suo sarìa de vede
si ho rrubbato pe vvizzio o ppe bbisoggno.

S’averìa da capì cquer che sse pena
da un pover’omo, in cammio de stà a ssede
sentenzianno la ggente a ppanza piena.

21 novembre 1833
Sonetti, 1026

 

Giuseppe Gioachino Belli