Responsabilità dell’amministratore di s.r.l. privo di delega

Il Tribunale di Verona, con ordinanza 31.10.2013, ha fornito alcuni chiarimenti degni di nota in merito alla potenziale responsabilità degli amministratori di s.r.l. privi di delega per culpa in vigilando sull’operato degli amministratori esecutivi. Secondo i Giudici veronesi, l’amministratore di una s.r.l., seppur non esecutivo, è comunque tenuto ad acquisire ogni utile informazione in modo da porre in essere una più efficace e diligente attività di vigilanza in merito alla condotta dei suoi colleghi delegati. E potrebbe avere poca rilevanza la presenza del collegio sindacale (organo deputato al controllo sulla gestione della società).  In effetti, la presenza di tale organo collegiale non vale ad escludere automaticamente la responsabilità degli amministratori non esecutivi per omessa vigilanza: a maggior ragione nel caso in cui si verifichino circostanze oggettive e fatti palesemente anomali tali da generare il sospetto circa l’efficacia della condotta dei colleghi muniti di delega.

La disposizione normativa da cui partire è l’art. 2476, comma 1, cod. civ., per cui gli amministratori di s.r.l. «sono solidalmente responsabili verso la società dei danni derivanti dall’inosservanza dei doveri ad essi imposti dalla legge e dall’atto costitutivo per l’amministrazione della società. Tuttavia la responsabilità non si estende a quelli che dimostrino di essere esenti da colpa e, essendo a cognizione che l’atto si stava per compiere, abbiano fatto constare del proprio dissenso».
Di diverso tenore è la corrispondente norma dettata per le s.p.a., ossia l’art. 2392, comma 1, cod. civ. Tale articolo, infatti, àncora espressamente i doveri e la responsabilità degli amministratori alla natura del loro incarico o delle loro competenze, considerandoli «solidalmente responsabili verso la società dei danni derivanti dall’inosservanza di tali doveri, a meno che si tratti di attribuzioni proprie del comitato esecutivo o di funzioni in concreto attribuite ad uno o più amministratori». La previsione di doveri dei consiglieri delegati differenti rispetto a quelli dei colleghi sforniti di delega, incide direttamente – e inevitabilmente – sulle rispettive responsabilità. Emerge quindi che, nonostante con la riforma societaria si sia mantenuto il criterio solidaristico della responsabilità di amministratori, sindaci e revisori contabili, la loro posizione va comunque analizzata individualmente ed in relazione ai diversi e specifici obblighi che la legge prevede in capo ad essi.
Dunque, nelle s.r.l. le responsabilità all’interno dell’organo di gestione andrebbero valutate indipendentemente da un’eventuale suddivisione dei compiti, posto che non è previsto all’art. 2476 cod. civ. alcun riferimento a «funzioni in concreto attribuite».
Secondo il Tribunale di Verona, la differenza tra le due norme sopra citate è da considerare un indice dell’intenzione del legislatore di confermare la piena applicazione dei principi di responsabilità personale e solidale nei confronti degli amministratori della s.r.l. (tuttavia, non è mancato chi ha sostenuto che la graduazione di responsabilità in base alle articolazioni interne dei compiti, di cui al citato art. 2392, dovrebbe applicarsi in via analogica anche alla s.r.l.; cfr. Ambrosini, in Società di capitali, a cura di Niccolini e Stagno d’Alcontres, III, Napoli, 2004, pag. 1593; Cagnasso, in Il nuovo diritto societario, a cura di Cottino, Bonfante, Cagnasso e Montalenti, II, Bologna, 2004, pag. 1881).

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L’auspicato ritocco al concordato “in bianco”

di Giuseppe Caristena

 

E’ stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale Serie Generale n.144 del 21-6-2013 – Suppl. Ordinario n. 50 il Decreto legge 21 giugno 2013 n. 69, recante “Disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia” (c.d. Decreto Fare) ed entrato in vigore il 22 giugno 2013.

Per quel che a noi qui interessa, il suddetto decreto al Capo VI, art. 82, contiene disposizioni modifiche dell’art. 161, cc. 6 e ss., l. fall. [1], che disciplina il concordato preventivo con riserva[2].

Per esigenze di spazio non possono qui riportasi gli aspetti dell’istituto in questione e conviene dar per scontato che il lettore ne conosca già le peculiarità.

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Il nuovo atto di appello e il necessario dialogo con la sentenza

 

In tema di controversie di lavoro, è inammissibile l’appello che non soddisfi i requisiti previsti dall’art. 342 c.p.c., come modificato dall’art. 54 del D.L. n. 83 del 2012, a norma del quale è previsto che la motivazione dell’appello contenga, a pena di inammissibilità, l’indicazione delle parti del provvedimento che si intendono appellare e delle modifiche che vengono richieste alla ricostruzione del fatto, compiuta dal giudice di primo grado, nonché l’indicazione delle circostanze da cui deriva la violazione della legge e della loro rilevanza ai fini della decisione impugnata. Appare chiaro cioè, l’onere dell’appellante di individuare le statuizioni investite del gravame e formulare specifiche critiche ad essa indirizzate, da cui desumere argomentazioni da contrapporre a quelle della sentenza impugnata. Detta individuazione non deve sostanziarsi in una rigorosa e formalistica enunciazione delle ragioni invocate a sostegno dell’appello, richiedendosi comunque, un’esposizione chiara ed univoca, anche se sommaria, della domanda rivolta al giudice del gravame e delle ragioni della doglianza.

 

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LINEE GUIDA PER IL CONTROLLO A DISTANZA DEI LAVORATORI

 

L’art. 4 comma 1 e 2 della legge n. 300 del 1970, stabilisce il divieto di utilizzo di impianti, apparecchiature e strumenti (hardware e software) per il controllo a distanza dei lavoratori e subordina l’installazione di sistemi resi necessari da esigenze organizzative e produttive ovvero dalla sicurezza del lavoro, ma dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori ad un accordo con le R.S.A. o ad un’autorizzazione preventiva dell’Ispettorato del lavoro.

Pertanto possono ritenersi applicabili le seguenti Linee Guida per l’installazione di impianti e apparecchiatura per il controllo a distanza:

  • E’ assolutamente vietato l’utilizzo di impianti o apparecchiature (hardware e software) per la sola finalità di controllo a distanza dell’attività lavorativa installati in maniera occulta e senza che siano rilevabili dai lavoratori.
  • E’ ammesso l’utilizzo di impianti o apparecchiature (hardware e software) installati per esigenze organizzative e produttive ovvero per la sicurezza del lavoro dai quali possa derivare un controllo a distanza anche indiretto dei lavoratori qualora sia stato stipulato un accordo con le R.S.A. o sia stata ottenuta un’autorizzazione preventiva dall’Ispettorato del Lavoro.
  • E’ consentito l’utilizzo di impianti o apparecchiature (hardware e software) installati per accertare comportamenti illeciti dei lavoratori (controlli difensivi), quando tali comportamenti riguardano l’esatto adempimento delle obbligazioni discendenti dal rapporto di lavoro (modalità e quantità di lavoro svolto, orario di lavoro…) e non la tutela dei beni estranei al rapporto stesso, qualora sia stato stipulato un accordo con le R.S.A. o sia stata ottenuta un’autorizzazione preventiva dall’Ispettorato del Lavoro.
  • E’ concesso l’utilizzo di impianti o apparecchiature (hardware e software) senza accordo con le R.S.A. o autorizzazione preventiva dall’Ispettorato del Lavoro, qualora installati per accertare comportamenti illeciti dei lavoratori e tutelare beni aziendali al di fuori del rapporto di lavoro.

Dr. Eric Falzone

 

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Pura violenza nei confronti di un uomo coraggioso

Calabria: Nino De Masi, l’imprenditore contro il pizzo

Ha denunciato la ‘ndrangheta. E i tassi «da usurai» delle banche. Chi è l’imprenditore ora sotto scorta.

di Mario Meliadò

L'imprenditore Nino De Masi.L’imprenditore Nino De Masi.

Da pochi giorni, la prefettura di Reggio Calabria gli ha assegnato una tutela «livello 3» (due agenti di scorta e auto blindata): Nino De Masi, 53enne, «re delle macchine agricole», sposato con tre figli, è diventato una sorta di Libero Grassi reggino. Si è ribellato alla legge del pizzo ancor prima dell’eroe civile palermitano, attirandosi l’ira dei clan. Non solo. Ha anche sfidato le grandi banche trascinandole in tribunale con l’accusa di praticare tassi d’interesse da usurai.
A lungo, De Masi è stato lasciato solo. Ma ora la società civile si è schierata al suo fianco. Soprattutto dopo l’ultimo schiaffo della criminalità organizzata.
I COLPI DI KALASHNIKOV CONTRO L’AZIENDA. La notte del 12 aprile, ignoti sgherri della ‘ndrangheta hanno esploso 44 colpi di kalashnikov contro il capannone della Global Repair, l’azienda del gruppo De Masi che dal 2010 opera (manutenzione e riparazioni) nel porto di Gioia Tauro, sul quale gli appetiti del crimine organizzato sono insaziabili. «La dinamica chiarisce che l’intimidazione non aveva scopi estorsivi», ha commentato l’imprenditore, subito messo sotto scorta.
Per reagire al blitz contro la Global Repair, il 3 maggio l’Osservatorio sulla ‘ndrangheta e Libera creeranno una «catena umana» attorno all’azienda. Gli obiettivi sono due: non lasciar soli i De Masi e impedire che il più grande porto-transhipment del Mediterraneo, già crocevia mondiale della cocaina, diventi una «zona franca della ‘ndrangheta».

Imprenditore e inventore senza finanziamenti

Antonino De Masi.Antonino De Masi.

Da Rizziconi, dove è nato, Nino De Masi esporta le macchine agricole sue e del padre Giuseppe (che nel 1957 fondò il gruppo di famiglia) dalla Spagna fino in Israele. Negli anni, allo stabilimento storico del piccolo centro della Tirrenica reggina De Masi – che ha rivestito ruoli di responsabilità nella Confindustria regionale – ha affiancato altri siti nell’area retroportuale gioiese, centrando un fatturato globale da 14 milioni di euro nel 2011, per l’80% riconducibile al settore agricoltura.
IL PENDOLO A VENTO. Oltre a essere un imprenditore, De Masi è anche un inventore. L’ultimo suo progetto, al vaglio della Ener-Q di Conegliano Veneto – è il Pendolo a vento per generare energia elettrica dallo stormir delle foglie degli alberi.
LA CABINA ANTI-SISMICA. E non è tutto. È sua l’idea della Safety Cell. A fronte di poche migliaia di euro di costo, questa cabina antisismica può resistere a crolli di tetti, travi o altro sopportando un peso 10 tonnellate. Malgrado un mercato potenzialmente miliardario e la prevista creazione di 1.000 posti di lavoro, la Safety Cell non è mai andata in produzione.
De Masi «non riesce ad avere alcun finanziamento», ha denunciato il numero uno Adusbef ed ex senatore Idv Elio Lannutti, perché le banche gli hanno tagliato le linee di credito come aspra reazione alle sue lotte giudiziarie contro i prestiti a tassi d’usura, facendone una vittima d’«abbandono e isolamento».
IN TRINCEA DAL 1986. Era il 1986 quando Giuseppe De Masi e il figlio Antonino rifiutarono di dare la mazzetta alle ‘ndrine. Uno sganassone alla cultura dell’omertà seguito da avvertimenti vari, fino alla deflagrazione di due bombe sotto casa.
LA BATTAGLIA ALLE BANCHE. Poi, il coraggio di mettersi contro colossi del credito come Capitalia, Bnl e Banca Antonveneta: nel 1996 Nino De Masi lamentò l’indebita sottrazione da parte di queste tre banche di 6 milioni di euro rispetto alle agevolazioni che gli garantiva la legge 108 per l’imprenditoria al Sud. «Verificai che mi applicarono dei tassi del 35,40, 38,27% in funzione dei vari trimestri» ha raccontato De Masi «chiesi conto alla banca e mi disse che ero un pazzo. Su delle linee di credito per circa 12-13 milioni di euro pagai 6 milioni di oneri finanziari».
LA VITTORIA IN TRIBUNALE. Una crociata quasi ventennale. Tutt’altro che fantasie, quelle di De Masi: i giudici gli diedero ragione in primo grado, in appello e in Cassazione, attestando per la prima volta in Italia l’avvenuta usura bancaria. I manager Cesare Geronzi, Luigi Abete e Dino Marchiorello furono regolarmente rinviati a giudizio per usura, ma poi prosciolti per «mancanza di dolo specifico». E il 14 giugno, davanti al Tribunale di Reggio, avrà inizio il secondo troncone del processo.
Una battaglia che è costata molto a De Masi. Nessuna banca gli fa più credito. «È pura violenza nei confronti di un uomo coraggioso», scrisse l’ex deputato Pd Franco Laratta.
ADDIO MUTUO AGEVOLATO. Il gruppo infatti è andato in apnea: il fatturato è calato da 14 a 10 milioni di euro nel 2012, i dipendenti da 280 sono scesi a 150, di cui 60 ormai in cassa integrazione. E dal 2006 gli viene negato il mutuo agevolato previsto per le vittime di usura e racket, che avrebbe consentito alle sue aziende di risollevarsi.
Così, nei giorni scorsi Nino De Masi ha scritto ai presidenti di Camera e Senato invocando l’istituzione di una commissione parlamentare sul credito e su quella che ha definito «omertosa collaborazione» della Banca d’Italia. «Molte cose io non le ho mai dette», ha sottolineato aLettera43.it. «Lo farò appena saranno pubblicate le intercettazioni su quanto uno dei capi dei Servizi italiani ha detto e fatto con alcuni banchieri».

Mercoledì, 01 Maggio 2013

 

su http://www.lettera43.it

Il requisito della data certa e l’intervento delle Sezioni Unite

Nota a Cass. civ., Sez. Un., 20 febbraio 203, n. 4213 

“Nei confronti del creditore che proponga istanza di ammissione al passivo del fallimento, in ragione di un suo preteso credito, il curatore è terzo e non parte, circostanza da cui discende l’applicabilità dei limiti probatori indicati, dall’art. 2704 c.c.
La mancanza di data certa nelle scritture prodotte si configura come fatto impeditivo all’accoglimento della domanda oggetto di eccezione in senso lato, in quanto tale rilevabile anche di ufficio dal giudice.
La rilevazione di ufficio dell’eccezione determina la necessità di disporre la relativa comunicazione alle parti per eventuali osservazioni e richieste e subordina la decisione nel merito all’effettuazione del detto adempimento”

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“Come si fa per impedire a un giornalista di indagare e permettere ai cittadini di conoscere la verità? Fascismo, stalinismo e logge massoniche avevano i loro metodi coercitivi. Oggi la censura preventiva e l’intimidazione si attuano con espedienti più moderni, e solo apparentemente meno perversi e repressivi. Ad esempio intentando una causa nei confronti di una giornalista e chiedere un risarcimento milionario perché una sua inchiesta ha cercato di fare luce sulle zone d’ombra di una multinazionale.

È ciò che ha fatto l’Eni, sesto gruppo petrolifero mondiale per giro di affari che con una querela di ben 145 pagine accusa Report di Milena Gabanelli di averne leso l’immagine per un’inchiesta del dicembre 2012. Cospicua la richiesta di risarcimento: 25 milioni di euro. Chi si sente diffamato ha tutto il diritto di tutelarsi ma è chiaro che in questo caso l’obiettivo è un altro: un palese tentativo di intimidazione. Il termine tecnico è “querele temerarie,” un’azione di sbarramento compiuta nei confronti di un giornalista per dissuaderlo dal proseguire il suo filone di inchiesta. E ovviamente per disincentivare altri cronisti dall’occuparsi dello stesso tema.

Per impedire l’uso di questo strumento intimidatorio il Parlamento ha avviato un lavoro bipartisan nella passata legislatura. Un iter che ovviamente giace ora impolverato nei cassetti di Montecitorio e Palazzo Madama. Per questo oggi lanciamo una petizione per chiedere che il nuovo Parlamento voglia immediatamente mettere mano ad una revisione della materia che preveda una sostanziosa penalità nei confronti di chi utilizza strumentalmente questo tipo di richieste, condannando il querelante, in caso di sconfitta in sede giudiziaria, al pagamento del medesimo importo: se cioè chiedi 25 milioni di euro alla Gabanelli di risarcimento e poi perdi la causa la risarcisci della stessa cifra. E vince il diritto di informare ed essere informati.”