la storia infinita

 

Quale ITALIA se si decide per INTERESSE PROPRIO e non del paese?

 

Che amarezza! Che tristezza! che squallore!

 

Il voto è libero, ma i dubbi son tanti. VIVA L’ITALIA E CHI LA AMA.

 

La politica è fumo e cenere. S.B. per pochi la luce per la stragrande maggioranza solo un abbaglio che dura da molto tempo.

Leggo sui giornali delle dimissioni (imposte) dei SUOI ministri … SI RICORDA A TUTTI (giornalisti e non) che si tratta delle dimissioni di alcuni ministri DELLO STATO ITALIANO e non dei suoi ministri (di S.B.)

 

TO BE CONTINUED (purtroppo!)…

 

lo scandalo italiano

Non paga 37 mila euro di tasse e l’azienda fallisce. Ma lo Stato gli deve un milione di euro

Dopo tre mesi di sciopero della fame, l’imprenditore edile interrompe l’estrema protesta: «La mia salute è compromessa»

 

Emilio Missuto, 39 anni, è un imprenditore edile di Gela. La sua azienda fallisce e Emilio non ci sta: «Non ho pagato 37 mila euro di tasse, ma lo Stato mi deve un milione di euro per lavori realizzati, fatturati e mai liquidati». Così, tre mesi fa, Missuto inizia lo sciopero della fame per protestare contro i mancati pagamenti. Dopo oltre novanta giorni di digiuno, e trenta chili persi, l’imprenditore siciliano non ce la fa più e decide di interrompere la sua protesta, anche a seguito della mediazione del prefetto di Caltanissetta, Carmine Valente.

 

«PROTESTA DISPERATA» – L’uomo, il 18 aprile scorso dà il via alla disperata protesta, posizionando una tenda davanti al palazzo di giustizia di Gela. Nelle sue parole la rabbia «contro uno Stato che esige puntualità nel pagamento delle tasse, ma lascia trascorrere anni per pagare i fornitori, riducendoli sul lastrico». Alla fine la decisione di interrompere lo sciopero della fame anche perchè, ha spiegato Missuto, «le mie condizioni di salute non mi permettono di andare oltre». L’imprenditore ha raccontato ai cronisti che il tribunale di Gela ha dichiarato il fallimento della sua azienda – che lo ha costretto a licenziare i 50 dipendenti – perchè non è stato in grado di pagare tasse e contributi per 37 mila euro, senza tener conto che a Carbonia, in Sardegna, è in corso un lungo contenzioso che «mi vede creditore di un milione di euro per lavori pubblici già realizzati, fatturati ma mai liquidati». L’imprenditore gelese vanta crediti anche dal Comune di Niscemi, per un investimento realizzato nell’ambito del Patto Territoriale.

 

da Corriere.it del 15 luglio 2013

La morte di una canzone

La bocca fa a pezzi una canzone
sotto un cielo
in cui le rondini son state inghiottite all’imbrunire.  

Mastico l’ultimo pezzo di carne
rubato al tempo
che codardo fuggí via
dentro un cielo dagli occhi cupi.

La bocca fa a pezzi una canzone
in preda al delirio
offerto da mille bottiglie di vino

                     GC

nota diffusa dall’imprenditore Antonino De Masi

Il triste e giustificatissimo annuncio di chiusura dello stabilimento industriale in Gioia Tauro (RC)

Ill.me OO.SS. Ill.me Autorità il 20 di giugno u.s. il Tribunale Amministrativo di Reggio Calabria si è pronunciato, per la 14a volta, in merito alla concessione del mutuo antiusura che doveva esserci erogato entro pochi mesi dalla domanda, presentata nel 2006, così come previsto dalla legge la cui finalità è quella di tutelare le vittime di usura dando compiuta attuazione, come affermato dalla predetta sentenza, “a quei valori di solidarietà e di tutela che discendono dai principi generali dell’art. 2 e 3 della Costituzione di cui la legge 108/1996 va considerata direttamente esecutiva”.

La sentenza nr. 433/13, come tutte le altre in precedenza, ci riconosce il diritto ad avere il mutuo; i forti contenuti possono essere letti nel testo integrale della stessa allegato alla presente e ribaditi nell’ultima lettera inviata in data 27 giugno u.s. al Commissario Antiracket, al Ministero degli Interni ed al Prefetto, anch’essa allegata.
Ci sono pochi commenti da fare, oltre a quelli già espressi nelle nostre p.c. sempre inviate a tutti ed all’ultima comunicazione del 27 giugno sopra richiamata.

La presente lettera, indirizzata in primis alle Organizzazioni sindacali e per conoscenza a tutte le Istituzioni, è l’amaro annuncio che il 10 luglio p.v. avvieremo le procedure di chiusura dello stabilimento di Gioia Tauro con i relativi licenziamenti di tutto il personale.

È opportuno che ognuno si assuma le responsabilità di quanto sta succedendo; noi la nostra parte l’abbiamo fatta fino in fondo e la continueremo a fare per garantire i diritti dei lavoratori, mettendo in vendita quanto possibile per reperire le somme necessarie ad onorare gli impegni con i dipendenti.

Per arrivare vivi ad oggi, nell’attesa durata anni che i lunghi tempi della giustizia riconoscessero i nostri diritti, la proprietà ha venduto ogni bene personale (automobili, beni di famiglia e oggetti personali) per continuare a sperare di poter garantire un futuro ai propri lavoratori.

Il 20 giugno u.s. un Tribunale si è pronunciato riaffermando, per la 14° volta,  i nostri diritti.

A questo punto non sapendo più cos’altro fare e non avendo più risorse a cui attingere, per evitare ennesime strategie dilatatorie, facciamo presente che il 10 luglio p.v. chiuderemo lo stabilimento per crimini di Stato, riuscendo un pezzo dello Stato laddove non è riuscita la criminalità.