Pura violenza nei confronti di un uomo coraggioso

Calabria: Nino De Masi, l’imprenditore contro il pizzo

Ha denunciato la ‘ndrangheta. E i tassi «da usurai» delle banche. Chi è l’imprenditore ora sotto scorta.

di Mario Meliadò

L'imprenditore Nino De Masi.L’imprenditore Nino De Masi.

Da pochi giorni, la prefettura di Reggio Calabria gli ha assegnato una tutela «livello 3» (due agenti di scorta e auto blindata): Nino De Masi, 53enne, «re delle macchine agricole», sposato con tre figli, è diventato una sorta di Libero Grassi reggino. Si è ribellato alla legge del pizzo ancor prima dell’eroe civile palermitano, attirandosi l’ira dei clan. Non solo. Ha anche sfidato le grandi banche trascinandole in tribunale con l’accusa di praticare tassi d’interesse da usurai.
A lungo, De Masi è stato lasciato solo. Ma ora la società civile si è schierata al suo fianco. Soprattutto dopo l’ultimo schiaffo della criminalità organizzata.
I COLPI DI KALASHNIKOV CONTRO L’AZIENDA. La notte del 12 aprile, ignoti sgherri della ‘ndrangheta hanno esploso 44 colpi di kalashnikov contro il capannone della Global Repair, l’azienda del gruppo De Masi che dal 2010 opera (manutenzione e riparazioni) nel porto di Gioia Tauro, sul quale gli appetiti del crimine organizzato sono insaziabili. «La dinamica chiarisce che l’intimidazione non aveva scopi estorsivi», ha commentato l’imprenditore, subito messo sotto scorta.
Per reagire al blitz contro la Global Repair, il 3 maggio l’Osservatorio sulla ‘ndrangheta e Libera creeranno una «catena umana» attorno all’azienda. Gli obiettivi sono due: non lasciar soli i De Masi e impedire che il più grande porto-transhipment del Mediterraneo, già crocevia mondiale della cocaina, diventi una «zona franca della ‘ndrangheta».

Imprenditore e inventore senza finanziamenti

Antonino De Masi.Antonino De Masi.

Da Rizziconi, dove è nato, Nino De Masi esporta le macchine agricole sue e del padre Giuseppe (che nel 1957 fondò il gruppo di famiglia) dalla Spagna fino in Israele. Negli anni, allo stabilimento storico del piccolo centro della Tirrenica reggina De Masi – che ha rivestito ruoli di responsabilità nella Confindustria regionale – ha affiancato altri siti nell’area retroportuale gioiese, centrando un fatturato globale da 14 milioni di euro nel 2011, per l’80% riconducibile al settore agricoltura.
IL PENDOLO A VENTO. Oltre a essere un imprenditore, De Masi è anche un inventore. L’ultimo suo progetto, al vaglio della Ener-Q di Conegliano Veneto – è il Pendolo a vento per generare energia elettrica dallo stormir delle foglie degli alberi.
LA CABINA ANTI-SISMICA. E non è tutto. È sua l’idea della Safety Cell. A fronte di poche migliaia di euro di costo, questa cabina antisismica può resistere a crolli di tetti, travi o altro sopportando un peso 10 tonnellate. Malgrado un mercato potenzialmente miliardario e la prevista creazione di 1.000 posti di lavoro, la Safety Cell non è mai andata in produzione.
De Masi «non riesce ad avere alcun finanziamento», ha denunciato il numero uno Adusbef ed ex senatore Idv Elio Lannutti, perché le banche gli hanno tagliato le linee di credito come aspra reazione alle sue lotte giudiziarie contro i prestiti a tassi d’usura, facendone una vittima d’«abbandono e isolamento».
IN TRINCEA DAL 1986. Era il 1986 quando Giuseppe De Masi e il figlio Antonino rifiutarono di dare la mazzetta alle ‘ndrine. Uno sganassone alla cultura dell’omertà seguito da avvertimenti vari, fino alla deflagrazione di due bombe sotto casa.
LA BATTAGLIA ALLE BANCHE. Poi, il coraggio di mettersi contro colossi del credito come Capitalia, Bnl e Banca Antonveneta: nel 1996 Nino De Masi lamentò l’indebita sottrazione da parte di queste tre banche di 6 milioni di euro rispetto alle agevolazioni che gli garantiva la legge 108 per l’imprenditoria al Sud. «Verificai che mi applicarono dei tassi del 35,40, 38,27% in funzione dei vari trimestri» ha raccontato De Masi «chiesi conto alla banca e mi disse che ero un pazzo. Su delle linee di credito per circa 12-13 milioni di euro pagai 6 milioni di oneri finanziari».
LA VITTORIA IN TRIBUNALE. Una crociata quasi ventennale. Tutt’altro che fantasie, quelle di De Masi: i giudici gli diedero ragione in primo grado, in appello e in Cassazione, attestando per la prima volta in Italia l’avvenuta usura bancaria. I manager Cesare Geronzi, Luigi Abete e Dino Marchiorello furono regolarmente rinviati a giudizio per usura, ma poi prosciolti per «mancanza di dolo specifico». E il 14 giugno, davanti al Tribunale di Reggio, avrà inizio il secondo troncone del processo.
Una battaglia che è costata molto a De Masi. Nessuna banca gli fa più credito. «È pura violenza nei confronti di un uomo coraggioso», scrisse l’ex deputato Pd Franco Laratta.
ADDIO MUTUO AGEVOLATO. Il gruppo infatti è andato in apnea: il fatturato è calato da 14 a 10 milioni di euro nel 2012, i dipendenti da 280 sono scesi a 150, di cui 60 ormai in cassa integrazione. E dal 2006 gli viene negato il mutuo agevolato previsto per le vittime di usura e racket, che avrebbe consentito alle sue aziende di risollevarsi.
Così, nei giorni scorsi Nino De Masi ha scritto ai presidenti di Camera e Senato invocando l’istituzione di una commissione parlamentare sul credito e su quella che ha definito «omertosa collaborazione» della Banca d’Italia. «Molte cose io non le ho mai dette», ha sottolineato aLettera43.it. «Lo farò appena saranno pubblicate le intercettazioni su quanto uno dei capi dei Servizi italiani ha detto e fatto con alcuni banchieri».

Mercoledì, 01 Maggio 2013

 

su http://www.lettera43.it

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