AFRICA: GREEN (DIS)ECONOMY

di Stefano Valentino su inchieste.repubblica.it

Normative contraddittorie e autorità locali corrotte: le aziende che si muovono nel mercato dei bio-carburanti non hanno difficoltà a scaricare le loro difficoltà sulla popolazione. E così accade che i contadini che avevano ceduto la terra collettiva in cambio di posti di lavoro si ritrovano senza terra e senza lavoro

Con una superficie coltivabile di 29,4 milioni di ettari (pari a un terzo del suo territorio), la Tanzania ambisce a diventare uno dei principali produttori di biocarburanti in Africa. Ha già firmato decine di concessioni per oltre 400mila ettari, un terzo dei quali concentrati nelle mani di tre grossi investitori esteri: l’olandese Bioshape e l’inglese Sun Biofuels, dedicate alla jatropha; la svedese Sekab, intenzionata invece a coltivare canna da zucchero per il bioetanolo. Una dopo l’altra queste società si sono ritrovate sull’orlo della bancarotta, interrompendo le attività e lasciando dietro di sé miseria e disperazione.

I contadini avevano ceduto la terra di proprietà del loro loro villaggio in cambio della promessa di assunzione. Ora hanno perso sia il diritto a coltivare i campi sia l’agognato posto di lavoro. Infatti, in base alla legge della Tanzania, per essere affittata a un privato la terra collettiva deve prima essere trasferita al governo centrale che ne diventa proprietario per sempre e ci può fare quello che gli pare. Senza contare che parte della foresta è stata tagliata per far posto alle colture di jatropha. Ai locali è rimasta solo una manciata di euro di indennizzo su cui le autorità locali, complici degli investitori, hanno ricavato una percentuale di “cortesia”.

A nulla valgono le linee-guida nazionali sui biocarburanti adottate nel 2010 in risposta all’ondata di proteste nelle campagne della Tanzania contro il far west dell’agro-energia. I nuovi standard sociali prescritti dal governo non hanno alcun valore legale. Gli investitori hanno la facoltà di rispettarli o meno. Anche a livello Ue la sostenibilità sociale è solo facoltativa. Solo quella ambientale è obbligatoria. Per cui, in linea di principio, i biocarburanti possono essere immessi sul mercato europeo nonostante provochino espulsioni in massa e compromettano la sicurezza alimentare dei locali. “Purtroppo non possiamo introdurre criteri sociali per valutare la conformità delle materie prima importate dai paesi terzi poiché ciò sarebbe contrario alle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio”, spiega un funzionario della Commissione europea.

L’impatto dei fallimenti dei progetti d’investimento sui mezzi di sussistenza delle comunità indigene è uno dei maggiori rischi dell’espansione dell’agro-energia. La Tanzania non è un caso isolato. Nel 2009 l’inglese Bio Energy Africa si è tirata fuori dalla joint-venture sul bioetanolo con il governo del Mozambico, lasciando senza terra e senza lavoro migliaia di contadini. Altre due rampanti società inglesi, D1 Oils e Gem Biofuels, hanno dovuto ridimensionare le loro ambizioni africane a causa di difficoltà economiche, mentre altri investitori di varie nazionalità sono completamente scomparsi dalla scena.

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