Soldi ai partiti: più controlli e più morale

 

La squallida vicenda di Lusi, che si è intascato rimborsi elettorali per milioni di euro, imbarazza assai gli ambienti politici, compresi quelli liguri, dove il parlamentare del partito democratico ha trovato il proprio collegio elettorale.

Le disinvolte ruberie di un senatore della Repubblica, che di mestiere dice di fare l’avvocato penalista, giustificano uno sdegno radicale, senza attenuanti giuridiche e senza quella compassione umana di cui – a volte – possono pure beneficiare i delinquenti.

E, tuttavia, bisogna fare attenzione a non trasformare queste sensazioni di disgusto in un generale sentimento di antipolitica. Bisogna separare le persone dalle istituzioni, gli uomini dagli strumenti. Il fallimento, infatti, è tutto da imputare ai mercanti della politica che – vuoi per il crollo delle ideologie, vuoi per un generalizzato decadimento morale – hanno occupato il tempio delle istituzioni rappresentative.

Ma, appunto, gli strumenti – pur con le opportune correzioni – sono da difendere. Così è per i partiti, espressamente voluti dalla Costituzione italiana affinché i cittadini possano concorrere a determinare la politica nazionale. I movimenti possono essere utili per far cultura, come i think-tank all’amerciana. Far politica attiva è un’altra cosa: servono i partiti. E, questi, per funzionare, hanno bisogno di soldi. Come finanziarli? Il tema è assai scivoloso, perché se è vero che un finanziamento privato ricondurrebbe alla libera scelta di ciascuno il fatto di privarsi di qualche soldo per sostenere un particolare schieramento politico, è anche vero che un sistema di finanziamento pubblico garantisce la possibilità di fare politica anche alle forze che non hanno alle spalle finanziatori milionari o magnati interessati.

Le esperienze comparate mostrano modelli assai diversi. Per un buon funzionamento, tuttavia, è anche necessario guardare al sistema di controllo che si appronta (oltre, come si è detto, alle qualità e all’onestà dei politici che incarnano i partiti). Ebbene, in Italia c’è ancora molta strada da fare. L’attuale sistema, che vede la vigilanza affidata alla Corte dei conti e ad una collegio di revisori nominati dalle Camere, è del tutto insufficiente ad assicurare un controllo penetrante e sostanziale. Quali riforme? Una strada è quella della modifica dei poteri istruttori e del potere sanzionatorio. L’altra è quella di istituire (come in Francia e nel Regno unito) una commissione indipendente che svolga un sindacato di merito sulla contabilità dei partiti e sull’utilizzo dei fondi assegnati.

Certo, però, fintanto che all’interno dei partiti sarà lasciato spazio a faccendieri e affaristi unicamente dediti a perpetuare il proprio potere e a perseguire il proprio tornaconto, senza neppure considerare l’interesse collettivo, poco o nulla potranno le regole, per quanto severe.

 

Di Lorenzo Cuocolo (docente di Diritto costituzionale, Università Bocconi) sul Secolo XIX del 04 febbraio 2012 e su ilricostituente.it

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