Bracconaggio e business delle zanne d’avorio

Un elefante per incrementare il proprio status symbol. La vita di un animale la cui specie è minacciata in cambio di un raffinato portacenere o di una bacchetta per mangiare il riso. Mancano ancora le conferme ufficiali, ma i dati di Traffic, la rete internazionale di monitoraggio del commercio di animali selvatici, parlano chiaro: dal lontano 1989, data della messa al bando del traffico dell’avorio, il 2011 è stato l’anno peggiore per la caccia illegale agli elefanti africani e alle loro preziose zanne, il cui materiale fa gola ai nuovi ricchi della Cina. Proprio la potenza asiatica, che sta colonizzando sempre di più l’Africa, ha fatto riesplodere un fenomeno che all’inizio degli anni Duemila si era ridotto drasticamente. Ora, invece, gli elefanti rischiano l’estinzione entro 15 anni in Kenya, Congo, Ciad.

Un commercio, quello dell’osso perlato, che è rifiorito soprattutto in Egitto. All’indomani della Primavera Araba, in assenza di stabilità politica e in mancanza di controlli adeguati, il Paese è diventato infatti la roccaforte per i venditori sottobanco dell’avorio, trasformato per compiacere i turisti in statuine, orecchini, bracciali, rosari e oggetti vari.

«L’Egitto è uno dei maggiori mercati di articoli illegali in avorio – si legge nel rapporto della società di monitoraggio, creata nel 1976 – nessun oggetto in avorio può essere prodotto e venduto senza un permesso speciale, ma non ne è mai stato rilasciato uno».

Le zanne di centinaia di poveri elefanti hanno viaggiato per tutto il 2011 (ma anche negli anni precedenti, comunque) da Kenya, Tanzania, Zimbabwe, Mozambico, Costa d’Avorio, fino in Sudan, e da quella debole frontiera sono entrate in Egitto.

Le ricerche di Traffic segnalano che i due centri maggiori di raccolta dell’avorio intagliato sono Il Cairo e Luxor, le città più turistiche e dove è facile vendere articoli e souvenir a cinesi, giapponesi, americani, arabi, spagnoli, e anche molti italiani. Tutti consumatori che si trasformano in complici e alimentano la caccia brutale agli elefanti, in barba alla Convenzione sul Commercio Internazionale delle Specie Minacciate (Cites), in vigore dal 1975.

Nella capitale egiziana sono presenti circa 70 punti vendita del materiale incriminato, nemmeno troppo camuffati in mezzo alle altre botteghe, ma tutti vicini alle piramidi o alla ben nota piazza Tahrir. In totale, la primavera scorsa sono stati avvistati più di 8 mila pezzi, in particolare nel vecchio mercato di Khan al-Khalili.

Le autorità egiziane non riescono ad arginare il fenomeno: dal 2003 non vi è stata più alcuna confisca nei negozi della capitale. Ed è facile anche portare i manufatti fuori dal Paese, spacciandoli per oggetti antichi o fatti di ossa di cammello. O semplicemente trasportandoli via mare in casse dirette nei Paesi dell’est asiatico.

In aggiunta al vuoto istituzionale dell’Egitto, alla base del bracconaggio indiscriminato di elefanti in Africa c’è quindi l’aumento della domanda di avorio da parte della nuova classe medio-alta cinese, che acquista ormai più della metà di tutti i lavorati sul mercato nero. In dieci anni i turisti provenienti dalla Cina sono passati da 100 a 100 mila, e arrivano a spendere fino a 50 mila dollari in avorio. Nel gigante asiatico l’accessorio in questo materiale è considerato uno status symbol, garanzia di prestigio ed emblema di benessere economico.

A rischiare grosso, specialmente in Kenya e Sudafrica, cominciano ora anche i rinoceronti, le cui corna a Pechino vengono ritenute utili per guarire molti malanni.

di Arianna Pescini in Dirittodicritica.it

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